Capitolo settimo
La corruzione straordinaria
in Italia

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capitolo primo ed indice | capitolo secondo | capitolo terzo | capitolo quarto | capitolo quinto | capitolo sesto | capitolo settimo | appendici e conclusioni | bibliografia


 

CAPITOLO SETTIMO

 

LA CORRUZIONE STRAORDINARIA

IN ITALIA

 

 

 

7.1 INTRODUZIONE

7.2 IL TERREMOTO IN IRPINIA

7.3 I MONDIALI DI CALCIO DEL 1990

7.4 GLI ESPOSTI DI RICCARDO DE CORATO

 

 

7.1 INTRODUZIONE

I politici della Prima Repubblica hanno sempre posto molta attenzione al verificarsi di eventi straordinari come le pubbliche calamità, le importanti manifestazioni sportive a livello internazionale e la costruzione di grandi opere pubbliche. Questi avvenimenti prevedono forti stanziamenti da parte dello Stato per finanziare i progetti, un grande giro di miliardi di cui una parte minore andava effettivamente a sostegno del programma pubblico mentre la restante parte veniva automaticamente ed equamente spartita tra le forze politiche interessate all'affare.

Si tratta di corruzione straordinaria (l'aggettivo è riferito alle condizioni che portano al reato) perchè non è pianificabile come può esserlo il sistema degli appalti pubblici per l'ordinaria amministrazione, infatti, mentre in questo caso gli stanziamenti si ripetono ogni anno, gli interventi a favore della popolazione terremotata o alluvionata sono in funzione di eventi naturali e imprevedibili. Lo stesso dicasi per la costruzione dei grandi impianti sportivi quali ad esempio gli stadi calcistici per i Mondiali di calcio italiani del 1990: se la federazione internazionale non avesse scelto la candidatura italiana, i mondiali non si sarebbero svolti in Italia e non si sarebbe dato vita a quella serie di ristrutturazioni plurimiliardarie.

La corruzione straordinaria è più deplorevole rispetto le altre tipologie perchè spesso specula sulle disgrazie e sulle speranze dei cittadini, inoltre è più costosa perchè, non essendo pianificabile, ha a disposizione tempi brevi che non consentono un efficiente valutazione della percentuale che deve essere spartita tra i politici e quella da destinare effettivamente all'opera pubblica. Può sembrare un paradosso ma la corruzione ordinaria, cioè quella che si perpetua di routine, permette una allocazione più efficiente delle risorse pubbliche: l'obbiettivo finale è quasi sempre raggiunto anche se con costi maggiori per la collettività. La corruzione straordinaria è invece totalmente inefficiente perchè i politici, non avendo il tempo di pianificare la spartizione e temendo di restarne esclusi, destinano a se stessi un'altissima percentuale dei fondi. Ne consegue che l'opera è conclusa in maniera inadeguata o addirittura spesso resta incompiuta nonostante l'impiego di somme elevatissime.

In questo capitolo illustrerò alcuni casi "inquinati" da una forte corruzione straordinaria.

 

7.2 IL TERREMOTO IN IRPINIA

Il 23 novembre 1980 la Campania e la Basilicata furono colpite da uno spaventoso sisma che rase al suolo decine di paesi e che sconvolse l'Irpinia.

In casi come questo, di pubblica calamità, lo Stato effettua stanziamenti straordinari per l'assistenza alla popolazione e per la ricostruzione. Nel caso dell'Irpinia sono stati spesi in dieci anni oltre 50.000 miliardi, una somma enorme che se fosse stata gestita in modo razionale avrebbe consentito la rinascita dei Paesi colpiti dal sisma. Ma i politici locali e nazionali furono di tutt'altro avviso. I primi, fiutando l'affare, non si attennero allo spirito della legge 219 che prevedeva il ricorso all'istituto della concessione al fine di realizzare gli interventi in modo unitario con programmi costruttivi organici ed invece di dichiarare i danni realmente subiti "gonfiarono" a dismisura le cifre e utilizzarono i fondi per la costruzione di opere pressoché inutili a discapito di chi realmente era stato danneggiato e necessitava di aiuti, i secondi acconsentirono e assecondarono le richieste assurde ben sapendo ciò avrebbe comportato un ottimo tornaconto in termini di voti e tangenti miliardarie. I risultati si vedono a distanza di 15 anni, con la costruzione di superstrade inutili (la superstrada della Valle del Sele) quando gran parte della popolazione risulta ancora sistemata nei container e nelle baracche.

Il dramma è che nessun politico incaricato alla ricostruzione si è preso la responsabilità dello spreco di migliaia di miliardi. In casi come questo una classe politica efficiente avrebbe delegato un ristretto team di esperti con il compito di verificare personalmente le singole esigenze e decidere autonomamente i relativi stanziamenti, pur sempre sotto il controllo vigile del Parlamento. Invece si preferì il caos con la costituzione di commissioni parlamentari che di fatto non impedirono lo spreco dei soldi a disposizione e consentirono il commissionamento dei lavori senza un preventivo studio di fattibilità.

Nel 1992 il quotidiano "L'Indipendente" fece il punto della situazione circa la ricostruzione in Irpinia ed emersero verità sconcertanti.

"Il sindaco Dc del comune di Laviano, Salvatore Torsiello, ha ottenuto fino ad oggi dallo Stato quasi 200 miliardi per la ricostruzione. Con questi soldi a tutto ha pensato tranne che a restituire una casa alla sua gente. Ha fatto piazza pulita delle poche abitazioni rimaste in piedi e si è messo a costruire palazzoni da periferia di grande città. Ha preparato un piano di zona che è uno strumento urbanistico adottato da molti Comuni terremotati per ricostruire il centro abitato da un'altra parte allo scopo di mangiarsi più soldi per le nuove strade, la rete idrica ed elettrica e gli allacciamenti fognari. La spesa iniziale per i lavori si aggirava sui 4 miliardi. Troppo pochi se è vero che Torsiello ha approvato una variante a questo piano allargando il perimetro dentro il quale dovrebbe sorgere la nuova Laviano; in questo modo il costo delle sole opere di urbanizzazione primaria è cresciuto fino a oltre 20 miliardi."
("L'Indipendente", 23 settembre 1992)

Nonostante il sindaco fosse stato condannato in primo grado per falso ideologico in atto pubblico, continuò a restare al suo posto e a gestire a modo suo la ricostruzione: la ristrutturazione della chiesa principale di Laviano superò gli otto miliardi, più di quanto ci vuole per sistemare una cattedrale e all'epoca la spesa per il nuovo municipio oscillava tra i 9 e gli 11 miliardi perchè prevedeva un centro di accoglienza e una serie di servizi sociali per un Paese di neanche duemila abitanti. Ma non basta. Il sindaco Torsiello volle anche una superstrada a scorrimento veloce lunga 4 chilometri per collegare l'abitato al ponte Tebete, un costo iniziale di 4 miliardi poi aumentato ad oltre 10 miliardi per un risparmio di qualche minuto rispetto la strada statale. Nel 1990 la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terremoto citò Laviano come uno dei casi più macroscopici di spreco di denaro pubblico e contestò al sindaco l'assunzione a suo nome di 83 incarichi di progettazione e direzione dei lavori, oltre a 49 di collaudo.

Risulta lecito chiedersi chi abbia consentito al sindaco di sprecare tanti miliardi (ricordiamo che la gente vive tuttora nelle baracche) e perchè ciò è stato fatto. Per la prima domanda la risposta è la Democrazia Cristiana che ha dato carta bianca a tutti i suoi feudatari in territorio irpino, da sempre riserva di voti per la Dc, la risposta alla seconda domanda non può essere semplicemente l'incapacità personale del politico, in realtà laddove si spendeva 10 almeno 5 venivano incassati dal "gestore" locale e di questi 5 la metà andava al partito. Non si spiegherebbe altrimenti l'assoluta necessità di costruire opere così costose e assolutamente inutili.

Si faccia riferimento a Salverino De Vito, ex ministro per il Mezzogiorno (quindi abituato a certi affari...), oltre che braccio economico della Dc irpina, e sindaco nel 1992 di Bisaccia. All'epoca del Governo Craxi fu una specie di ministro per il terremoto e, per non essere da meno di altri nello spendere soldi per la ricostruzione, non esitò a demolire gran parte del centro storico per far passare una circonvallazione e ricostruire il paese da un'altra parte con tutti gli appalti che ne derivarono.

Il socialista Manlio Parisi, ex presidente della Provincia di Salerno, presidente della Comunità montana del Tanagro e sindaco di Palomonte, con i miliardi avuti dal Governo approvò ben tre piani di recupero ed uno di questi lo fece elaborare dall'architetto Pietro Di Maio, un personaggio con a carico numerosi precedenti penali per reati contro la pubblica amministrazione. Parisi fece ricostruire le case lesionate della campagna perchè i proprietari terrieri garantiscono un sicuro tornaconto elettorale, dimenticando di ricostruire le case della parte vecchia del paese dove abitavano i contadini. Il suo piano di recupero prevedeva un parcheggio per auto a cinque livelli, un municipio polivalente e una serie interminabile di strade. Nel 1992, in periodo elettorale, Parisi ottenne numerosi voti promettendo ai concittadini un elenco di 51 "buoni-contributo" per una serie di interventi del valore complessivo di oltre 10 miliardi di lire. Miliardi erogati con i fondi della legge 219 ma ancora privi di copertura finanziaria e quindi non ancora ottenuti; per queste sue promesse non mantenute furono sporte diverse denuncie a suo carico.

Esempi di questo genere sono presenti in quasi tutti gli altri paesi interessati dalla ricostruzione del dopo terremoto.

 

7.3 I MONDIALI DI CALCIO DEL 1990

In vista dei campionati mondiali di calcio disputatesi in Italia nel 1990 il Governo, d'intesa con le società calcistiche ed il Coni, decise di ampliare e ristrutturare gli stadi calcistici, e le infrastrutture ad essi connesse, delle dodici città italiane dove si sarebbero svolti gli incontri. L'obbiettivo era quello di dare un'immagine positiva dell'Italia quale valida organizzatrice della manifestazione sportiva più importante e più seguita a livello mondiale. A tal proposito furono stanziate centinaia di miliardi e fu costituita una commissione di controllo per i lavori, il COL, presieduto a livello nazionale da Luca Cordero di Montezemolo .

Ristrutturare uno stadio vuol dire ricorrere in prevalenza al settore edilizio ed essendo questo il più inquinato dal sistema delle tangenti (circa il 10% fisso su ogni appalto), possiamo immaginare la felicità dei politici nell'organizzare i lavori. I risultati furono ancora una volta disastrosi: "gonfiamento" delle spese, preventivi puntualmente non rispettati con lievitazione enorme dei costi previsti all'inizio dei lavori, impianti difettosi. Fu adottato il classico sistema della variante dei progetti iniziali e delle perizie che permette l'aumento esorbitante e illecito dei costi iniziali consentendo così un cospicuo introito per i vari assessori e i loro partiti.

Esempio lampante dello scandalo è lo stadio milanese di S. Siro i cui costi per l'ampliamento sono cresciuti del 200% e che ancora oggi ha un manto erboso disastrato. Nel settembre 1992 il quotidiano "L'Indipendente" indagò nei lavori affidati dalla giunta Pillitteri alla ditta Lodigiani s.p.a. e scoprì immediatamente loschi affari.

"Il consiglio comunale di Milano, con delibera del 10 febbraio 1987, stanzia per l'ampliamento e l'ammodernamento dello stadio di S. Siro oltre 70 miliardi di lire. Il 21 luglio dello stesso anno licenzia una sofferta e discussa delibera: è il progetto esecutivo. Siamo a 90 miliardi. Tetto massimo oltre il quale l'assessore Falconieri aveva escluso qualsiasi possibilità di splafonare. Il 6 ottobre la giunta comunale, presieduta da Pillitteri, aggiudica la gara d'appalto all'impresa Lodigiani che aveva presentato un'offerta con un aumento del 9,85 per cento. [...] Falconieri ha preferito spendere 8 miliardi e 31 milioni in più piuttosto che accettare un'offerta al ribasso presentata dall'impresa dei Fratelli Costanzo, con cui si sarebbe risparmiato quasi due miliardi. Qualche interrogativo è lecito."
(L'Indipendente", 11 settembre 1992)

Il totale generale del progetto approvato e appaltato fu così di 98 miliardi che successivamente lievitò a quota 150 miliardi a cui vanno aggiunti 32 miliardi di riserve di cantiere dell'impresa Lodigiani (si tratta di cifre per i lavori imprevisti e oltre il capitolato che l'impresa ha, giorno dopo giorno, richiesto al Comune) e altri 18 miliardi che il Comune fu condannato a pagare all'impresa dei Fratelli Costanzo che erano illegalmente stati esclusi dalla gara d'appalto. Il costo finale di S. Siro fu di circa 200 miliardi di lire, con un aumento del 200 per cento rispetto al preventivo di spesa. (vedasi appendice N° 8)

L'enorme lievitazione dei costi fu causata dalla pessima gestione dei diretti interessati, a partire dallo stesso assessore Falconieri che si inventò interventi supplementari tanto costosi quanto inutili, primo fra tutti la copertura del terzo anello delle tribune sebbene la Fifa non l'avesse richiesta, la costruzione di un parcheggio sotterraneo per 70 posti macchina con un costo di 10 miliardi e l'acquisto di un tabellone display a colori con un costo di 15 miliardi. Gli sprechi sono spesso stati determinati da incredibili distrazioni dei progettisti, ad esempio ci si accorse a lavori finiti che bisognava utilizzare calcestruzzi speciali nelle torri d'angolo per evitare che venissero corrose dalle piogge acide.

Il presidente del COL, Luca Cordero di Montezemolo, consigliò ai sindaci delle 12 città che ospitavano i Mondiali la costruzione di una postazione per giornalisti che doveva essere affidata alla società Egecon. Il Comune di Milano accettò il consiglio e spese oltre 5 miliardi rifiutando la proposta di una ditta milanese che avrebbe costruito un prefabbricato coperto da una tensostruttura a 450 milioni.La cosa interessante è che al termine dei Mondiali la struttura fu rimossa dalla stessa ditta Egecon con un costo di 2 miliardi e mezzo.

Mi pare del tutto ovvio che in un'azienda privata un amministratore come Falconieri, che sbagliasse in maniera così clamorosa i preventivi di spesa, sarebbe licenziato in tronco.

 

7.4 GLI ESPOSTI DI RICCARDO DE CORATO

Riccardo De Corato, già consigliere comunale del Msi a Milano, ancora prima che scoppiasse il caso Tangentopoli inviò alla Magistratura numerosi esposti in cui affermava di aver scoperto il sistema delle tangenti che sarebbe emerso anni dopo nell'inchiesta Mani pulite. Le principali denuncie riguardavano l'iter seguito per la costruzione del Piccolo Teatro di Milano, la costruzione della linea 3 della Metropolitana Milanese, gli appalti della SEA (la società che gestisce gli aeroporti milanesi), gli appalti dell'ATM.

In tutti i casi presi in esame De Corato ravvisò l'esistenza del meccanismo della variante dei progetti iniziali e delle perizie, di cui ho parlato nel paragrafo precedente.

a) Il piccolo teatro di Milano

La costruzione del nuovo Piccolo Teatro venne appaltata nel 1979 alle ditte Ifg Tettamanti, Edoardo Lossa e Cimel. Essa prevedeva un lotto unico che avrebbe dovuto essere consegnato nel 1985, con una spesa totale di 10 miliardi di cui 2 miliardi per il palco.

Nel 1980 da un progetto unico si passò ad una progettazione per lotti ed i costi cominciarono a crescere notevolmente. Non vennero rispettati e tempi per la consegna dei lotti e nel 1987, dopo settantasette settimane di interruzione dei lavori, De Corato presentò un esposto alla Procura della Repubblica di Milano segnalando tutte le irregolarità della vicenda.

L'allora assessore ai Lavori pubblici, Luigi Venegoni, democristiano, disse che il rallentamento dei lavori era dovuto al ritardo nella consegna dei progetti esecutivi da parte dell'architetto Marco Zanuso, ritardo dovuto alle nuove indicazioni di Giorgio Strehler il quale continuava ad apportare modifiche al progetto iniziale, rendendo il teatro sempre più costoso e faraonico. Dai 10 miliardi iniziali si è giunti ad un costo previsto di 100 miliardi di lire. (da un'intervista rilasciata da De Corato a "L'Indipendente" del 4 agosto 1992)

 

b) La linea 3 della Metropolitana Milanese

Il progetto per la costruzione della linea 3 della Metropolitana Milanese nacque nel 1980 con un preventivo di 300 miliardi di lire, per poi aumentare nel 1991 a oltre 2500 miliardi di lire; qualcosa come 260 milioni al metro.

In questo caso si attuò il meccanismo dell'estensione contrattuale: l'impresa che vinceva il primo lotto si aggiudicava automaticamente anche gli altri lotti. In tal modo le ditte vincitrici degli appalti per i lotti in galleria della linea 3 ottennero anche gli appalti per la costruzione delle stazioni e, a loro volta, li subappaltarono a imprese che abitualmente erano favorite per i lavori pubblici del Comune, aggirando così la famosa delibera comunale sulla trasparenza.

Il presidente della MM, l'architetto Claudio Dini, socialista, disse che si era ricorsi a questa procedura per ragioni d'urgenza, ma De Corato ricordò che Dini, nella sua qualità di progettista della linea 3, aveva portato a termine le progettazioni delle stazioni ancora prima di essere nominato presidente della MM e che di questo si era vantato pubblicamente. ("L'Indipendente", 4 agosto 1992)

Le indagini dei giudici milanesi, i cui risultati sono stati inseriti nella richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi del gennaio 1993, hanno fatto emergere che nell'area milanese il versamento di denaro a esponenti politici aveva assunto carattere particolarmente marcato per quanto attiene ai lavori relativi alla realizzazione della linea 3 della MM e del passante ferroviario. In particolare la percentuale calcolata sull'importo di ciascun appalto era stata fissata al 4 per cento per quanto riguarda i lavori edili e veniva così suddivisa: 1% alla Dc, 1% al Pci/Pds, 2% al Psi.

L'esponente del Pci Luigi Carnevale Miyno, a cui fu affidata la raccolta delle tangenti provenienti dalle imprese che vincevano appalti indetti dalla Metropolitana Milanese, nell'interrogatorio del 18 maggio 1992 (anche questo citato nella suddetta richiesta di autorizzazione a procedere) affermò:

"Debbo dire che lo sviluppo della MM è stato l'occasione per i partiti tradizionali milanesi per procurarsi dei finanziamenti per le loro necessità. Mi spiego. Sin dai primi tempi della gestione Natali - ma forse anche prima - si è creata l'usanza per cui in relazione ai vari appalti che la MM affidava alle imprese, queste poi riconoscevano una percentuale variabile nel corso degli anni e con riferimento ai diversi settori merceologici al sistema dei partiti. In questo modo i partiti tradizionali milanesi (Dc, Psi, Pci, Pri, Psdi) hanno avuto l'opportunità di assicurarsi un diverso canale di finanziamento rispetto a quello previsto dalla legge." ("L'Indipendente", 14 gennaio 1993)

Le imprese che vincevano gli appalti non si limitavano a pagare tangenti in sede locale, bensì effettuavano numerosi versamenti in denaro anche in sede nazionale, direttamente ai segretari amministrativi nazionali dei partiti in questione. Imprese come la Lodigiani s.p.a., il gruppo Ligresti, la Premafin s.p.a., la Itinera s.p.a., la Torno s.p.a. e tante altre sapevano che per poter lavorare per il Comune di Milano occorreva essere presenti nell'"albo dei partiti", cioè far parte di quell'insieme di imprese che sopperivano alle esigenze economiche dei partiti, soprattutto in periodo elettorale.

In una lettera indirizzata al Pm Ielo, Craxi scrisse delle oscure vicende legate alla metropolitana milanese e delle tangenti che le accompagnarono. Egli affermò che la Procura milanese sapeva fin dal 1990 delle tangenti per la metropolitana, ma il Senato respinse la richiesta di indagare sul defunto senatore Natali, affermando che la MM non poteva essere ritenuta un ente pubblico. Craxi accusò quindi la Procura di omissione d'atti d'ufficio perchè, in quell'occasione, nessun magistrato indagò su quella che era una palese violazione della legge sul finanziamento dei partiti, inoltre comunicò a Ielo che Claudio Dini, l'architetto socialista divenuto presidente della MM dopo Natali, fu sempre estraneo alla raccolta dei contributi illeciti, raccolta affidata invece a Silvano Larini.

In ogni caso, in relazione al filone d'inchiesta sulla tratta Inganni-Bisceglie, che seguirà un percorso giudiziario autonomo rispetto al procedimento principale, il Pm Ielo ha già effettuato le richieste di rinvio a giudizio per circa una ventina di dirigenti e funzionari delle ditte appaltatrici che hanno effettuato lavori per la metropolitana milanese. Per tutti l'accusa è di concorso in corruzione per aver complessivamente pagato una tangente di 3 miliardi per la realizzazione della suddetta tratta il cui costo complessivo è di circa 130 miliardi. La provvista miliardaria sarebbe stata creata attraverso la tecnica delle fatture gonfiate. ("Il Giornale", 28 febbraio 1995)

 

c) La "SEA"

La SEA è la società che gestisce gli aeroporti milanesi ed appartiene per il 98 per cento al Comune di Milano. De Corato centrò la sua attenzione su un appalto relativo alla nuova aerostazione passeggeri assegnato all'impresa Pizzarotti, il cui costo passò, attraverso varianti, da 145 a 450 miliardi di lire. La legge stabilisce che quando le varianti su un appalto superano il 30 per cento della base d'asta si deve andare a nuova gara. Ma questo non avvenne perchè il consiglio d'amministrazione della SEA si limitò ad una estensione contrattuale. ("L'Indipendente", 4 agosto 1992)

 

d) L'"ATM"

Giacomo Properzi, uomo di punta del Pri milanese e presidente dell'Azienda di Trasporti Municipali dal luglio 1979 al 26 aprile 1987, 14 giorni prima che scadesse il suo mandato di presidente prolungò il contratto pubblicitario alla IGP, in scadenza nel 1990, fino al 1996: un contratto di 4 miliardi e mezzo annui. Ancora una volta si ebbe la stipulazione di un contratto senza gara e senza pubblicità come la legge richiede per gli appalti pubblici; decisione presa con l'assenso della giunta Pillitteri. Se si fosse aspettata la scadenza del contratto la IGP sarebbe scesa in gara con altre aziende e l'ATM avrebbe potuto risparmiare parecchi soldi. ("L'Indipendente", 4 agosto 1992)

Quello che ci si chiede é: quale motivo ha indotto un presidente uscente a rinnovare con tanta solerzia un contratto miliardario che sarebbe scaduto dopo 3 anni?

 

CONCLUSIONI

La tesi è strutturata in due parti. Nella prima parte ho trattato la teoria economica sulla corruzione effettuando una prima suddivisione tra la corruzione amministrativa, con tutte le sue tipologie, e la corruzione politica.

Analizzando la corruzione amministrativa ho evidenziato come questa sia propria dell'apparato burocratico e come sia in grado di danneggiare economicamente e moralmente più tipi di soggetti. La corruzione politica ha invece una rilevanza più ampia in quanto, essendo la politica, in ogni regime democratico, lo strumento fondamentale con cui organizzare e governare un Paese, risulta chiaro come la corruzione amministrativa, cioè la corruzione di più branche dell'apparato statale, sia strettamente collegata e dipendente dalla corruzione politica. Se non vi fosse corruzione politica obbligatoriamente si instaurerebbe un processo di riduzione della corruzione amministrativa, questo perchè la presenza di politici onesti, che perseguono gli interessi della collettività, renderebbe più difficile ogni tentativo di reato da parte dei funzionari amministrativi i quali, a loro volta, essendo consapevoli dell'esistenza di un rigido controllo da parte dei rappresentanti dei cittadini, di un efficace sistema repressivo e dell'impossibilità di coinvolgere i politici nel rapporto di corruttela, sarebbero scoraggiati a porre in essere il reato.

Da ciò deriva che laddove esista la corruzione politica sia presente necessariamente anche quella amministrativa, non perchè i funzionari statali siano per natura disonesti, bensì perchè i politici corrotti necessitano di una collaborazione a livello periferico: se il politico accetta di soddisfare un interesse illegittimo, ad esempio far vincere il concorso per l'ammissione all'Accademia Militare ad un soggetto che non ha i requisiti previsti dal bando di concorso, la truffa è effettuata materialmente dall'Ufficiale selettore, cioè dal funzionario, e non certo dal politico. Nel caso in cui il funzionario prescelto rifiutasse di compiere il reato, l'apparato politico corrotto sarebbe in grado di "isolare" il soggetto bloccandone la carriera o trasferendolo ad altri incarichi. Se poi il cittadino corrompe direttamente l'Ufficiale selezionatore senza rivolgersi al politico, ciò non significa che si sia in presenza della sola corruzione amministrativa, questo perchè il politico (qui inteso come la classe politica), con l'enorme potere che ha a sua disposizione (faccio riferimento al potere legislativo che consente la creazione di efficaci strutture di controllo e prevenzione), a meno che sia un incapace (tale attenuante sarebbe troppo comoda), non può non sapere dell'esistenza del rapporto di corruttela e nella maggior parte dei casi è suo interesse fingere di non sapere. Pertanto, si può ritenere che, laddove sia individuato l'interesse a fingere di non sapere, il politico che non interviene in presenza di corruzione amministrativa è anch'egli un corrotto.

La prova di quanto appena scritto sta nel caso italiano. Le inchieste giudiziarie degli ultimi anni hanno portato alla luce una stretta relazione tra corruzione politica e corruzione amministrativa (i casi eclatanti sono lo scandalo dei fondi neri del SISDE ed i rapporti tra criminalità organizzata e politica), ma hanno anche consentito l'inizio delle indagini su un'altrettanto vasta corruzione degli organi esecutivi, prima fra tutti quella sulla Guardia di Finanza. Pur non volendo ergermi al ruolo di inquisitore, ritengo che sarebbe interessante cominciare ad indagare seriamente anche sulle restanti Forze Armate italiane.

Ho analizzato il fenomeno della corruzione in riferimento anche alla "teoria dell'agenzia" in base alla quale l'unica distinzione tra corruzione politica e corruzione amministrativa risulta essere costituita dagli attori del reato. Nel primo caso le tre parti coinvolte, cioè il principale, l'agente e il terzo, sono rispettivamente i cittadini, il politico ed il corruttore, nel secondo caso risultano essere il politico (che agisce su delega dei cittadini ed in loro rappresentanza), il funzionario (o burocrate) ed il corruttore. In entrambe i casi gli unici che subiscono i danni sono i cittadini, mentre i benefici vanno sempre al politico e al funzionario.

Il quarto capitolo è da considerarsi come il trait d'union tra la prima e la seconda parte della tesi. In esso tratto le condizioni che hanno favorito e che favoriscono tuttora la corruzione in Italia. Una miscela di cause endogene ed esogene al sistema democratico italiano, di condizioni volute e create dalla classe politica o sviluppatesi autonomamente per mancanza di controlli da parte delle autorità preposte alla tutela della legalità, ed infine anche da un'enorme distrazione dell'opinione pubblica e dell'elettorato. Solo analizzando tali condizioni si può cercare di capire come sia stato possibile per l'Italia diventare il Paese industriale forse con il più alto grado di corruzione al suo interno.

Con la seconda parte della tesi passo dalla teoria alla prassi, cioè analizzo alcuni tra i principali casi di corruzione politica in Italia. Ho dato ampio spazio al caso Enimont e ai due processi che ne sono derivati perchè, oltre ad essere l'esempio lampante di quanto scritto in precedenza, hanno contribuito ad accellerare il processo di conclusione della Prima Repubblica, che tuttavia non è ancora ultimato. Nonostante il caso Enimont abbia avuto come oggetto la più grande tangente mai creata in Italia (una provvista di oltre 135 miliardi di lire da spartire tra politici, managers, e faccendieri), non è che una goccia nell'oceano di furti perpetrati dai politici ai danni degli Italiani in oltre 45 anni di democrazia. Per questo motivo ho voluto ricordare altri scandali, ancora oggi impuniti, quali la ricostruzione del dopo-terremoto in Irpinia, la ristrutturazione degli stadi calcistici in occasione dei mondiali di calcio del 1990 in Italia ed altri casi avvenuti a Milano ma che hanno coinvolto anche politici a livello nazionale.

Il motivo che mi ha indotto a scrivere questa tesi, a parte il raggiungimento della laurea, è stato il desiderio di lasciare una testimonianza sul male che la quasi totalità della classe politica italiana della Prima Repubblica, pur con diversi gradi di responsabilità, ha arrecato ai cittadini italiani. E' quindi doveroso da parte mia specificare cosa intendo per "male".

A partire dal secondo dopoguerra, il popolo italiano ha dimostrato di avere grande volontà e spirito di sacrificio. Ricominciando da zero, con pochissime risorse integrate dal Piano Marshall, ha ricostruito un Paese distrutto dalla guerra e, nel giro di 15 anni ha permesso che l'Italia diventasse uno dei Paesi più industrializzati al mondo. Gli italiani delle regioni meridionali hanno accettato di trasferirsi in massa al nord per sopperire alla mancanza di mano d'opera e, seppur con mille difficoltà derivanti dal difficile ambientamento a causa di una cultura e di tradizioni completamente differenti, hanno contribuito in prima persona a quell'incredibile espansione produttiva che ha portato al boom economico degli anni '60. A questo punto comincia il "male" dei politici. La loro colpa più grave è stata quella di non saper gestire l'improvviso benessere, lasciandosi andare a previsioni ottimistiche con la certezza che l'espansione sarebbe durata decenni. I partiti tradizionali di Governo approfittando della situazione hanno cominciato a sperperare e a rubare, creando la famigerata Cassa del Mezzogiorno le cui pur nobili finalità volutamente non sono mai state perseguite, di contro si sono spese migliaia di miliardi per la costruzione di opere inutili e delle tristemente famose cattedrali nel deserto. Questi partiti, questi politici hanno preferito lasciare il Sud Italia in una situazione di arretratezza economica per poter avviare una politica assistenzialistica che consentisse loro di ottenere in cambio consensi elettorali.

Ma il furto è stato attuato anche nel periodo di recessione che è seguito al boom economico ed è proseguito fino al giorno d'oggi. Il legame fortissimo tra mafia e politica, i servizi segreti deviati, i tentativi di golpe, la corruzione ambientale hanno portato alla situazione attuale caratterizzata da un tasso di disoccupazione tra i più alti in Europa, da un debito pubblico di due milioni di miliardi, da un sistema previdenziale e da un sistema sanitario nazionale le cui gestioni hanno sempre lasciato molto a desiderare, da una criminalità sempre più organizzata e da una Lira che continua a perdere posizioni nei confronti delle principali valute mondiali. Forse l'Italia non verserebbe in questa drammatica situazione se fosse stata governata da politici non necessariamente più capaci, bensì semplicemente onesti. Tutto questo è per me il male causato dai politici italiani della Prima Repubblica.

Per quanto concerne il futuro, se è vero che il presente è la sua base di partenza, c'è da continuare a preoccuparsi.


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